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Hai fatto una sessione intensa. Durante l'allenamento nessun problema, anzi ti sentivi bene. Il giorno dopo, però, scendere le scale è diventato un'impresa. Questo sfasamento temporale ha una spiegazione precisa e non è quella che probabilmente conosci.
Il dolore del giorno dopo non viene dall'acido lattico
È la prima cosa che quasi tutti dicono, ed è sbagliata. L'acido lattico viene smaltito dal corpo entro 30-60 minuti dalla fine dello sforzo. Il bruciore che senti durante una serie intensa è legato all'accumulo di sostanze acide nel muscolo mentre lavora. Ma il dolore muscolare del giorno dopo è un fenomeno completamente diverso, con una storia tutta sua.
Si chiama DOMS, che sta per Delayed Onset Muscle Soreness, ovvero dolore muscolare a insorgenza ritardata. La ricerca lo studia da decenni. Alcune cose sono ormai chiare. Altre, sorprendentemente, ancora no.
I movimenti in cui il muscolo si allunga sotto carico sono quelli che causano più danno
Non tutti i movimenti fanno lo stesso effetto ai muscoli. Quelli che creano più danni sono i movimenti in cui il muscolo si allunga mentre sta resistendo a un peso. Si chiama contrazione eccentrica, ed è quella che fai quando abbassi lentamente un manubrio, quando scendi una pendenza correndo, o quando ti abbassi nella fase discendente di uno squat.
Immagina di tenere un elastico teso con entrambe le mani e di allargare le braccia mentre qualcuno spinge le tue mani verso il centro. L'elastico è costretto ad allungarsi mentre cerca di resistere. È esattamente quello che succede alle fibre muscolari durante un movimento eccentrico intenso.
A livello microscopico, la struttura che subisce il danno per prima è una proteina chiamata titina: immagina una molla invisibile che tiene in ordine l'interno di ogni fibra muscolare. Quando lo sforzo è troppo intenso, questa molla si deforma oltre i suoi limiti. È il primo anello della catena che porta al dolore del giorno dopo.
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Il corpo attiva una risposta di emergenza che impiega ore per raggiungere il picco
Dopo queste microlesioni — piccole rotture invisibili a occhio nudo, non strappi muscolari — il corpo attiva una risposta di emergenza. Le cellule danneggiate lanciano segnali di allarme chimici, un po' come un edificio che attiva l'antincendio. Questi segnali richiamano cellule del sistema immunitario nella zona danneggiata.
Tra le sostanze rilasciate c'è la prostaglandina E2: pensala come una sostanza che abbassa la soglia del dolore nell'area colpita. Non fa male da sola, ma rende i muscoli molto più sensibili al minimo stimolo. Ecco perché il giorno dopo anche solo toccare il muscolo o allungarlo leggermente fa già male.
Il processo non è istantaneo. Le cellule immunitarie impiegano ore per arrivare e raggiungere il picco di attività. Il momento di maggiore infiammazione si colloca generalmente tra le 24 e le 72 ore dopo lo sforzo. Questo spiega perché durante l'allenamento non senti niente e il giorno dopo fai fatica ad alzarti dal letto.
Durante l'allenamento le endorfine bloccano la percezione del dolore
Mentre ti alleni, il corpo rilascia adrenalina ed endorfine: sostanze naturali che il cervello produce e che funzionano come antidolorifici potenti, simili per effetto alla morfina ma prodotte direttamente dal tuo organismo. Alzano la soglia del dolore e ti permettono di spingere oltre quello che normalmente sopporteresti.
Finita la sessione, questi livelli scendono rapidamente. La protezione naturale si abbassa. Nel frattempo la risposta infiammatoria sta ancora crescendo verso il suo picco. Le due curve si incrociano: quando le endorfine calano, l'infiammazione è ancora in salita. Il risultato è quel dolore che compare ore dopo, apparentemente dal nulla.
La seconda sessione con lo stesso esercizio fa molto meno male per tre motivi biologici
Se ripeti lo stesso allenamento dopo alcuni giorni, il dolore sarà notevolmente minore. Il corpo ha già vissuto quell'esperienza e si è preparato. Gli scienziati chiamano questo fenomeno repeated bout effect.
La scienza propone tre spiegazioni, probabilmente tutte e tre vere in parte. La prima: il sistema nervoso impara a distribuire meglio il lavoro tra le fibre muscolari, riducendo il sovraccarico su quelle singole. La seconda: il tessuto connettivo che avvolge le fibre muscolari diventa leggermente più rigido e resistente agli stiramenti. La terza: le cellule muscolari attivano meccanismi di autodifesa interni, producendo proteine speciali che le proteggono da danni futuri.
Il risultato pratico è che già dalla seconda sessione con lo stesso esercizio il DOMS si riduce in modo significativo. Non perché l'allenamento sia meno efficace, ma perché il corpo è già pronto.
Il grado di dolore varia da persona a persona per ragioni biologiche precise
Hai mai fatto la stessa sessione di un amico e il giorno dopo tu eri distrutto mentre lui stava benissimo? Non è una questione di resistenza mentale. Dipende da fattori biologici reali.
Chi ha più fibre muscolari a contrazione rapida — quelle usate per movimenti esplosivi, tipiche degli sprinter — tende a soffrire di più perché queste fibre sono più vulnerabili al danno eccentrico. C'è poi una componente genetica nella risposta infiammatoria: alcune persone producono più sostanze infiammatorie di altre a parità di danno subito. E infine conta il livello di allenamento: un muscolo già abituato a certi carichi risponde con meno infiammazione allo stesso stimolo.
Il dolore muscolare non è un indicatore affidabile dell'efficacia dell'allenamento
Il DOMS è la prova che il muscolo ha ricevuto uno stimolo abbastanza intenso da innescare un processo di adattamento. Ma più dolore non significa più risultati (fonte). Oltre una certa soglia, il danno supera la capacità di recupero e diventa controproducente.
Con il tempo e con l'allenamento costante, il DOMS tende a ridursi naturalmente. Un atleta esperto che non sente quasi mai dolore muscolare il giorno dopo non si sta allenando male. Si sta allenando con un corpo che ha imparato a resistere.
Il dolore che senti il giorno dopo non è un segnale di allarme. È la firma di un processo che il tuo corpo gestisce con una precisione straordinaria — e che la scienza, dopo decenni di studi, ha capito solo in parte.
Fonte: Hotfiel et al., 2018 – PubMed






